Un grazie a Splinder che mi ha ospitata sino a qui.
Il mio blog da oggi continua a questo indirizzo:
http://lanapoleoni.ilcannocchiale.it/
Loretta
Un grazie a Splinder che mi ha ospitata sino a qui.
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Loretta
Riporto un'intervista che mi è stata fatta a proposito del mio ultimo libro che uscirà domani.
Loretta Napoleoni
La morsa
Chiarelettere, 2009
pp.186 (13,60 euro)
Questo libro è il primo che scrivo in italiano dopo tanti anni, confesso che è stata una bella esperienza tornare a lavorare nella lingua madre.
Così mi sono messa al lavoro e, riordinando i miei pensieri e rileggendo alcuni miei articoli e discorsi, ho capito tante cose che sicuramente non avrei neppure intuito commentando quotidianamente gli eventi finanziari del 2008 e del 2009.
A volte bisogna avere il tempo e il coraggio di rileggere ciò che si è scritto nel passato, per mettere a fuoco quello che sta succedendo nel presente. Ci troviamo di fronte a una sorta di «tempesta perfetta» prodotta dall’abuso finanziario e dalla negligenza politica.
Anche se questo concetto emerge da tanti miei articoli, non è stato facile metterlo a fuoco nel bel mezzo della più grande crisi economica del dopoguerra.
Un grazie ai lettori che mi scrivono quotidianamente con domande, idee e suggerimenti; senza di loro questo libro sarebbe stato sicuramente sterile, privo di storie vere.
Un saluto.
Loretta.
-> a pagina 171
“Il sostegno a tutte le banche brucia solo ricchezza. I politici non vogliono ammettere che il sistema
va radicalmente cambiato.”
-> a pagina 128
“Sembra assurdo che un sistema economico tanto potente si stia disintegrando per le bugie dei suoi governanti.”
-> a pagina 55-56
“Con il crollo dell’Unione Sovietica per le banche islamiche si apre una serie di inaspettate opportunità di crescita. La penetrazione commerciale va di pari passo con l’indottrinamento religioso, sbocciano i gruppi armati islamici.”
-> a pagina 34
“A tutt’oggi un sistema globale per lo scambio d’informazioni sul finanziamento del
terrorismo non esiste. I veri banchieri di Bin Laden rimangono impuniti.”
-> a pagina 172-173
“Se i derivati hanno creato beni tossici, perché non abolirli? Se l’alta finanza si divertiva a giocare d’azzardo, paghi le conseguenze di questa follia invece di prosciugare i soldi necessari alla ripresa economica.”
Di seguito il booktrailer del mio nuovo libro:
La morsa, In libreria dal 23 aprile 2009.
Distratti da Al Qaeda,
derubati da Wall Street.
Come ne usciamo?
La morsa. Le vere ragioni dela crisi mondiale.
Presto vi dirò di più.
Loretta Napoleoni, La morsa, Chiarelettere
pp.186 [13,60 euro]
La stampa ha inasprito la crisi del credito. Da mesi martella gli italiani descrivendone per filo e per segno i risvolti.
Possibile che si debba sempre parlare di cose brutte? Perche’ non prendere in prestito un po’ dell’ottimismo del Premier e ascoltare i suoi consigli?
Alla presentazione del nuovo libro di Vespa, “Viaggio in un’Italia diversa”, Berlusconi lancia un appello: consumatori e cittadini hanno il potere di porre fine all’ecatombe finanziaria e allora che la smettano di prestare ascolto ai media e facciano un po’ di shopping therapy; che c’e di meglio di usare quelle rilucenti carte di plastica nei loro negozi preferiti? Spendere fa bene allo spirito e all’economia.
Viene da chiedersi in quale paese vivono i politici, sicuramente in un’Italia diversa da quella dove abitiamo noi, cittadini e consumatori che da mesi facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese. Soprattutto, viene da chiedersi se sono a conoscenza dei nostri problemi e di quelli dell’economia nazionale e mondiale. Sembra di avere a che fare con i replicanti di Maria Antonietta che quando le fu detto che la popolazione di Parigi era inferocita perche’ non aveva pane suggeri’ che piuttosto mangiassero dolci.
L’ottimismo di Berlusconi e’ completamente ingiustificato.
Secondo l’ISTAT, dal terzo al quarto trimestre del 2008, la produzione industriale italiana e’ scesa del 7,5%. Nello stesso periodo, il PIL e’ calato del 2,6% rispetto all’ultimo trimestre del 2007 e dell'1,8% rispetto a quello precedente. Si tratta delle contrazioni maggiori dal 1980, cioè dall'inizio delle serie storiche dell'Istat comparabili.
L’Italia non se la passa per nulla meglio del resto d’Europa. E’ infatti tra i paesi dove si e’ registrata la maggiore contrazione della ricchezza con un calo nel 2008 del 2,8%. Il futuro, poi, non e’ certo roseo, le previsioni per il 2009 sono per una crescita negativa del 3%.
Tremonti queste verita’ le sa’ bene e da qualche tempo ha iniziato a metterci in guardia sulla serieta’ della crisi. Sembra anacronistico ma i due personaggi di punta del nostro governo, il premier ed il ministro delle finanze ci lanciano messaggi opposti. A chi credere? Ed ecco che senza accorgercene abbiamo messo il dito nella piaga della recessione: nessuno dice la verita’ perche’ nessuno la conosce. I politici si muovono a tentoni, e quando affermano che la situazione e’ sotto controllo mentono.
Ne’ ottimismo ne’ pessimismo, l’unica formula vincente e’ l’obbiettivita’. La crisi c’e’ e sara’ lunga, e’ una crisi sistemica, non congiunturale, ha quindi bisogno di riforme strutturali. Prima o poi anche i politici se ne accorgeranno. Nel frattempo gettate nel cestino le carte di credito e tirate la cinghia.
Il 23 marzo sono stata intervistata alla trasmissione Nudi e crudi su Radio 1.
Se volete ascoltare l'intervista lo potete fare cliccando qui.
Il mio intervento inizia al minuto 3 e 43 e termina al 10 e 46.
Di seguito un abstract che potete leggere.
Domanda - Loretta Napoleoni economista, ha pubblicato il libro I numeri del terrore e sta per uscire con il nuovo libro edito da Chiarelettere dal titolo La morsa. Un titolo che dà l'idea dei cittadini del mondo schiacciati nell'ingranaggio economico. Il sottotitolo è distratti da Al Quaeda derubati dall'alta finanza, come ne usciamo?
Prima di parlare del libro le chiedo cosa ne pensa del G20 imminente sarà l'occasione per ridefinire equilibri finanziari ed economici acrobatici?
Risposta - No, non credo che succederà perché ci sono troppe visioni non unitarie in gioco. Da una parte gli USA che andranno al G20 di Londra per vendere il loro nuovo modello di joint venture di partecipazione tra settore privato e pubblico per salvare le banche. Dall'altra parte i paesi emergenti che spingeranno per avere un margine di manovra molto più alto all'interno del fondo monetario. Poi ci sono altri paesi, in particolare l'Inghilterra, che cercheranno di veicolare un modello più ampio che si occupi non solo della crisi ma anche che porti aiuti ai paesi in via di sviluppo. E infine gli europei che non ne vogliono sapere più nulla di dare i soldi alle banche.
Domanda - Lei parla di anoressia monetaria, è un timore reale?
Risposta - Sì, quello che stanno facendo le banche centrali è di stampare cartamoneta per sostenere le banche, ma così facebdo inflazionano il sistema, anche se non ce ne rendiamo conto perché siamo in una fase di recessione. Quando questa crisi finirà il problema sarà: come ritirare dal mercato tutta questa cartamoneta per evitare un'inflazione galoppante che potrebbe distruggerci?
Domanda - Il dollaro reggerà alle sfide della crisi?
Risposta - No, infatti questa settimana c'è stato un calo improvviso quando il ministro del tesoro ha parlato della proposta dei cinesi di sostituire un altro indicatore al posto del dollaro per il fondo moetario. Il dollaro è crollato e si è ripreso solo quando ha detto di essere stato avete frainteso
Domanda - Ma la montagna di soldi messa in campo dalla nuova amministrazione americana per risollevare la finanza, da dove viene e dove va?
Risposta - E' tutta cartamoneta...
Domanda - Tutta cartamoneta, certo... E venendo al libro La morsa, la guerra al terrorismo quanta responsabilità ha nella crisi? Lei scrive di un conflitto suicida...
Risposta - Bisogna lavvorare sui numeri. I numeri dimostrano che, sebbene la bolla finanziaria sia stata creata negli anni 90 attraverso la politica dei tassi bassi, poi la bolla è diventata di dimensioni gigantesche e ha causato una crisi mondiale epocale proprio perché dopo l'11 settembre gli USA hanno abbassato i tassi in modo aggressivo per poter vendere sul mercato internazionale i buoni del tesoro con i quali hanno finanziato questa follia economica della guerra contro il terrorismo. Alla fine questa guerra contro al Qaeda è all'origine dei mali economici dell'occidente di oggi.
Domanda - Facciamo un esempio?
Risposta - L'abbassamento dei tassi di interesse è legato al poter vendere questi titoli sul mercato internazionale. Più scende il tasso d'intersse più valgono i titoli, e questo già da l'idea del perché abbiano abbassato i tassi. Abbassando i tassi è sempre piu conveniente prendere dei soldi in prestito. E così le banche hanno aumentato il proprio debito per poi vendere questo credito a chi voleva comprare delle case, delle macchine e via dicendo. Ma questa vendita è avvenuta senza tener presente la possibilità che queste persone potessero poi restituire i soldi.
Domanda - Il suo giudizio sulla deregulation è netto. Ci sarebbe bisogno di nuove regulation?
Risposta - Sì. Infatti stiamo tornando indietro. Ieri, per esempio, il ministro del tesoro degli USA ha detto che è necessario regolare i derivati: alcuni potranno essere utilizzati altri non più. Però è tardi, anche se stiamo facendo marcia indietro. Siamo ormai dentro la crisi e la deregulation ha fatto i danni. Adesso bisogna uscire dalla crisi e poi si potrà parlare di un nuovo sistema.
Domanda - I provvedimenti lanciati dai governi sono in grado di fermare la disoccupazione crescente? A che condizione è possibile invertire il trend?
Risposta -Al momento tutti i provvedimenti presi non funzionano. Il problema fondamentale è che ogni paese cerca di portare avanti delle politiche diverse. Non c'è una politica globale. Questo è il problema fondamentale e il fatto che cominciamo a vedere la gente per strada manifestare contro i governi è un segno che le politiche non funzionano.
Segnalo un'intervista su Economia canaglia il lato oscuro del nuovo ordine mondiale che mi è stata fatta a dicembre. Un clic sull'immagine per vederla.

Buona visione.
Loretta
Come cambiano gli scenari dell'economia in meno di 6 mesi....
L'altro giorno mi riguardavo su youtube la puntata del 9 ottobre 2008 di Annozero di Santoro a cui ho partecipato polemizzando con alcuni degli ospiti. Era è scoppiata la crisi delle banche americane e Nicola Porro de il Giornale affermava la tesi che le banche europee sono sane al contrario di quelle americane:
"Tutti i presidenti del consiglio europei (non solo Berlusconi che va in discoteca) stanno in questo momento dicendo una cosa fondamentale: cari cittadini francesi, tedeschi e inglesi i vostri risparmi non corrono rischi..." (minuto 2 e 20).
Nel mio intervento avevo al contrario anticipato che la crisi americana avrebbe creato grandi difficoltà a quelle europee perché:
"Il problema delle banche europee è che nel loro attivo e bilancio non hanno solo contante, ma una quantità indefinita - a causa dei derivati - di buoni e azioni legati alle banche americane che crollano." (minuto 4,06).
Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti.
Ma mentre in tv tutto scorre e passa, e la memoria si perde, il bello del web è che le cose dette rimangono come parole scritte anche nel caso dei video.
Riporto in video una parte dell'intervento che ho fatto durante la manifestazione "Fa la cosa giusta" (Fiera di Milano, 15 mazo 2009) e che ha suscitato molta ilarità per il fatto che l'attuale crisi economica sembra rispondere a una sorta di produzione di testosterone maschile. In realtà ho fatto riferimento a uno studio scientifico di cui in Inghilterra e in USA si è molto parlato su tutti i giornali, ma in Italia probabilmente no, visto che la notizia - cercando su google, è stata battuta solo da qualche agenzia e ripresa da qualche blogger. L'articolo a cui ho fatto riferimento è questo, per chi lo volesse leggere: qui
In poche parole l'attuale crisi economica mondiale, in un mondo della finanza occupato all'85% da uomini, risentirebbe della produzione di testosteone tipica maschile che influisce sul comportamento di fronte al rischio. Al periodo di euforia di crescita è infatti seguito un improvviso stato di depressione dell'economia e le banche improvvisamente, da un giorno all'altro sono passate dai prestiti "facili" alla negazione di ogni prestito. Buona visione e buon divertimento. Nei prossimi giorni posterò altri spezzoni dell'intervento.
Loretta
Rispondo ai commenti del post 790 miliardi di dollari.
#1 23 Febbraio 2009 - 19:40
proprio oggi la notizia della possibile nazionalizzazione di citigroup, che il credo liberista stia vacillando?
utente anonimo
Sicuramente il credo liberista vacilla ma quasto no significa che sia la fine del liberismo. Al contrario le amministrazioni dei paesi occidentali sembrano intenzionate a mantenere in piedi il sistema perchè pensano che sia ancora il migliore. Sbagliano naturalmente ma ci vorrà tempo prima che se ne accorgano.
#2 23 Febbraio 2009 - 20:54
sembra al contrario che obama sia intenzionato a nazionalizzare parti del sistema bancario.concordo con lei sulla probabile inefficacia degli stimoli obamamiani ed anche europei x uscire dalla recessione-depressione.
la domanda di beni e servizi nei paesi industrializzati calerà ancora.
cordiali saluti
Non credo che Obama sia pronto alla nazionalizzazione. in America è una parola che molti credono sia sinonimo di socialismo. Non nazionalizzare sarà un errore perchè è l?unica soluzione e più aspettiamo peggio è. Alla fine saranno costretti a nazionalizzare le banche.
#3 25 Febbraio 2009 - 12:06
Lei , nei suoi articoli e libri , ha spesso anticipato il reale divenire delle cose. Oggi leggo sull'unità un altro pezzo " neo liberisti e crisi" che focalizza bene una realtà con la quale i governi non vogliono fare i conti- Ma le chiedo :- per quale ragione il presidente Obama ha presentato questi piani , visto che i ragionamenti che fa Lei avrebbe dovuto farli Lui ( +collaboratori). In pratica dove stà il muro che non consente di aprire una strada di fuga ? C'è di peggio?
grato. giacomo scalo
utente anonimo
Obama ragiona con la testa del partito e con le limitazioni del Congresso, questo è il problema. La sua politica non è sufficientemete radile perchè deve rendere conto al partito ed ai parlamentari. Che il presidente Americano abbia poteri illimitati è un mito. Bush aveva la maggioranza nel Congresso (come Obama) ma interpretava i desideri della nazione e poi si trovava in un momento di congiuntura positiva del sistema. Obama è nel mezzo della peggiore recessione dal dopoguerra.
#4 28 Febbraio 2009 - 14:53
Comm.#3 : il muro sta nel sistema,è il sistema.Non vogliono ammettere di avere preso in giro il mondo intero teorizzando una ricchezza infinita mentre alcuni sapevano che sarebbe prima o poi scoppiata del tutto la contraddizione.E' finito un mondo,quello nel quale siamo nati e per il quale i nostri genitori si sono sacrificati per istruirci.E a riparare dovrebbero essere gli stessi che l'hanno tenuto in piedi ? ..ma quando mai...
Il punto ormai è : quale mondo vedremo tra pochissimi anni ? quale nuovo mondo ? ci saranno le medesime categorìe sociali di oggi ?
tristantzara
Il mondo dei nostri genitori e quello dove abbiamo abitato fino a pochi mesi fà non esiste piuù, quello futuro sarà molto diverso. Noi occidentali non godremmpo più dei vantaggi del passato ma dovremo fare i conti con l'ascesa dei paesi orientali, la Cina in particolare. La ruota insomma gira e noi non ci possiamo fare nulla. Per quanto riguarda le categorie sociali queste sono già mutate, la classe media di 40 anni fà non esiste più.
Sabato sarò qui, per chi è di Milano ed è interessato.
A presto, Loretta.

Gli ex liberisti sono nostalgici, specialmente quelli nostrani. Farebbero di tutto per tornare indietro, per gustare i piaceri della cuccagna creditizia. Alcuni ci raccontano che nulla e’ cambiato negli ultimi sei mesi, soltanto la nostra percezione della realta’. Abbiamo, insomma, perso la ragione.
La globalizzazione, il credito facile e a buon mercato, perfino i mutui concessi a chi non se li poteva permettere, facevano bene all’economia mondiale. E infatti questa cresceva, cresceva che era una meraviglia.
Adesso tutta questa ricchezza svanisce quotidianamente dai monitor di piazza affari, tritata dalla caduta degli indici di borsa. E’ una catastrofe, gridano i neo-liberisti. Gli interventi del Presidente Obama, quelli di Gordon Brown, perfino le parole rassicuranti della cancelliera tedesca non fanno breccia. La gente continua a tenersi lontana dalla borsa e i mercati assomigliano ai campi di battaglia della prima guerra mondiale, con i corpi dei caduti che formano un tappeto grigio a chiazze rosse. Centinaia di posti di lavoro sono scomparsi al punto che le sale cambi sembrano alveari abbandonati. I sopravvissuti fanno perfino fatica a quotare i prezzi perche’ non c’e’ abbastanza gente sul mercato.
E’ finita l’era degli affollatissimi supermercati finanziari, quando banche come Citigroup erano grandi come i governi dei paesi industrializzati. Multinazionali della finanza canaglia dove si poteva fare di tutto, anche e soprattutto insider trading, frode fiscale – la scorsa settimana l’UBS svizzera ha pagato salato per aver aiutato la clientela americana ad evitare le tasse – ed anche qualcosa di peggio.
La deregulation e’ stata la manna dal cielo per il riciclaggio del denaro sporco, ce lo dicono le statistiche. Dalla meta’ degli anni ’90 quest’attivita’ e’ cresciuta del 50% un po’ dovunque. E naturalmente il denaro sporco si lavava nelle banche.
L’ultimo scandalo bancario arriva dai Caraibi. Sir Allan Stanford, miliardario Texano, ha gestito per oltre 15 anni una mega frode sotto gli occhi delle autorita’ monetarie di mezzo mondo. A incastrarlo e’ stato un giornalista investigativo venezuelano che alcuni mesi fa’ ha fatto una ricerca dettagliata su di lui nel web.
I risultati sono finiti in rete e i blogger li hanno pubblicizzati, a quel punto la SEC, la Security and Exchange Commission americana, si e’ messa a fare il suo lavoro e l’ha indagato.
I nostalgici vorrebbero farci tornare a questo modo di fare affari? Perche’ dietro la crescita smisurata degli anni passati c’era anche e soprattutto un esercito d’individui e istituzioni che si arricchivano frodandoci. Ci dicono che bisogna sostenere banche come Citigroup, un conglomerato bancario che fa acqua da tutte le parti, le cui azioni nelle ultime settimane sono scese quasi a zero. Nessuno sul mercato le vuole acquistare e allora perche’ dovremmo farlo noi risparmiatori? Anche Soros e Buffett mesi fa ci hanno incoraggiato ad acquistare le azioni di Goldman Sachs e altre banche d’investimento acquistandone loro stesso alcuni milioni di dollari che poi hanno perso. Non solo le azioni sono crollate, ma lo status di banche d’investimento e’ stato abolito.
Ci dicono che salvando tutte le banche si sostengono i prezzi delle case e che cosi’ facendo torneremo in quel mondo dove tutto cresce meno i nostri redditi. Eppure Adam Smith, padre del liberismo e oracolo fino a pochi mesi fa’ dei neo-liberisti, ci dice che i beni immobili non fanno parte della ricchezza della nazione. Anche se si affittano i soldi devono essere guadagnati da qualche altra parte. Agganciare la crescita economica al mercato degli immobili si chiama speculazione ed e’ l’attivita’ che ci ha portato alla crisi. E’ un tipo di affari che secondo Smith prima o poi va sempre a gambe all’aria.
L’ammonimento di Smith riecheggia per le strade di Dubai o lungo le strip di Las Vegas - le due citta’ che hanno registrato il massimo della crescita immobiliare negli ultimi anni - dove ormai si affacciano centinaia migliaia di finestre vuote. E se la crisi del mercato immobiliare non e’ un vero bombardamento, le case sono ancora tutte in piedi, e’ anche vero che ce ne sono troppe. Magari qualcuna fosse crollata, la curva dell’offerta e quella della domanda sarebbero meno lontane l’una dall’altra. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna stuoli di costruttori, l’equivalente dei nostri palazzinari, hanno eretto una quantita’ ridicola di edifici. In quelli vuoti la maggior parte degli appartamenti non e’ stata mai acquistata da nessuno. L’ondata delle repossession, di chi perde la casa perche’ non ha i soldi per pagare i mutui e’ solo una piccola parte del tsunami immobiliare statunitense.
Le banche hanno finanziato questa follia, perche’ di follia si tratta. Il mercato lo sa benissimo e infatti ha votato contro il piano di salvataggio proposto dal presidente Obama. Sostenere tutte le banche e chiunque stia per perdere la casa e’ la formula peggiore per l’America in recessione. I salvataggi sono serviti solo a ricapitalizzare le riserve bancarie, che non era l’obbiettivo preposto. Ma anche congelare tutti i mutui e’ un errore. Le statistiche mostrano che il 70% di quelli salvati torna dopo pochi mesi in moratoria. Troppa gente vive in abitazioni che non poteva e non puo’ permettersi. Risparmierebbe affittando un’abitazione. Lo squilibrio tra domanda e offerta di immobili ne sta abbattendo i costi.
Le critiche al piano Obama non finiscono qui. L’America e’ un paese dove la mobilita’ del lavoro e’ sempre stata altissima. Chi perde il lavoro nel Wisconsin e ha buone prospettive d’occupazione nel Texas salta in macchina e parte. Il New Deal di Roosevelt ha funzionato grazie a queste migrazioni. Ma se si e’ legati ad un mutuo in un mercato che non si muove come andarsene? Il piano di Obama rischia quindi di ridurre la mobilita’ del lavoro in un momento in cui e’ cruciale per il successo del programma di lavori pubblici.
Dietro la crisi immobiliare e quella delle banche ci sono dunque realta’ complesse che non possono essere generalizzate. E sono proprio queste generalizzazioni che ci portano a fare errori che in futuro pagheremo cari. Il neo-liberismo ha fallito e prima ce ne accorgiamo meglio e’. Ma questo non significa che tutta la teoria deve essere buttata nel cestino. Liberiamoci da questi stupidi dogmi, l’economia non e’ una religione ne’ una scienza esatta, e’ una scienza sociale che come noi impara sbagliando. Non dobbiamo avere paura di prendere cio’ che ci serve da Smith, da Marx, da Keynes, da ognuno di quei grandi pensatori ormai rari ai tempi d’oggi.
E se lo stato usasse i nostri soldi per creare una rete di banche ombra, di sua proprieta’, magari agganciate a quella delle banche cooperative e agli sportelli delle poste, dove mettere i nostri risparmi al sicuro dall’uragano finanziario e poi facesse una cernita delle banche che vale la pena salvare? Si tratterebbe di creare delle banche virtuose invece della bad bank, quella cattiva, ipotizzata da Obama. Ricapitalizziamo chi ha i numeri per sopravvivere e lasciamo affondare chi altrimenti fara’ affogare anche noi. Questo e’ quello che il mercato ci sta dicendo da settimane e la voce del mercato e’ quella nostra, perche’ senza di noi, le formichine dell’economia, non c’e’ mercato.
E gli azionisti? Tra questi ci siamo anche noi, qualche finanziere canaglia ha investito i nostri fondi pensione nei baracconi finanziari bancari. E’ questa la parte piu’ dura da digerire, perche’ e’ dove abbiamo sbagliato. Nessuno puo’ restituirci quei soldi, e se ci illudiamo che l’intervento dello stato attraverso nazionalizzazioni o sostegni monetari a tappeto fara’ tornare gli indici ai livelli di prima del fallimento di Lehman, vuol dire che ancora stiamo sognando. Il mondo e’ cambiato e noi abbiamo sbagliato e’ ora di imparare la lezione.
Loretta Napoleoni
[tratto da l'Unità]
Questa e’ stata una settimana di fuoco sui mercati a causa non di uno, ma due stimoli finanziari proposti dall’amministrazione Obama.
Nessuno dei piani ha entusiasmato gli economisti, rassicurato i banchieri e tranquillizzato i mercati perche’ manca una dottrina economica che li sostenga.
Una cosa e’ certa, l’America di Obama non vuole neppure prendere in considerazione l’opzione di nazionalizzare le banche perseguìta da Gran Bretagna e Irlanda, il credo rimane quindi liberista.
E allora come giustificare l’intervento massiccio dello stato nell’economia? I 790 miliardi del secondo stimolo approvato dal Senato e dal Congresso? Anche se il 35% corrisponde a tagli fiscali, il rimanente 65% andra’ a finanziare lavori pubblici per assorbire manodopera. Ecco la prima contraddizione ideologica frutto del compromesso delle dottrine economiche perseguite da democratici e repubblicani. Una contraddizione che sembra caratterizzare anche il comportamento dell’amministrazione che piuttosto che lanciare una nuova visione cerca di farsi interprete di una piattaforma ideologica comune tra i due partiti, un punto d’incontro che non esiste.
Ci troviamo quindi di fronte ad un misto di teoria liberista e keneysiana.
Ma l’economia non e’ una scienza esatta, poggia su alcune regole, i fondamentali d’economia, che non possono essere alterati. Anche la crisi attuale e’ in parte legata a questa manipolazione. Per Adam Smith, il padre del liberismo e della moderna economia, un bene immobiliare non genera ricchezza, anche se produce un affitto. I banchieri neo-liberisti questo principio o non lo conoscevano o l’hanno volutamente ignorato. Le perdite superiori al previsto annunciate questa settimana dalla UBC e dal Credit Suisse nascono dall’aver accumulato Mortgage Backed Securities agganciate a rischiosissimi mutui nell’attivo dei bilanci. Si tratta dei famosi beni tossici. Adam Smith direbbe che per farli scomparire non ci vogliono le iniezioni di contante dello stato ma il crollo degli indici di borsa e delle istituzioni mal gestite, il mercato, insomma, sa curarsi da solo.
Ma questo e’ inconcepibile in un sistema come il nostro, nessun governo e’ disposto a pagare un prezzo cosi’ alto in termini di disoccupazione, per il semplice motivo che verrebbe immediatamente rimosso, ecco quindi che i politici puntellano le banche, l’UBS ne sa qualcosa, tagliano le tasse e finanziano lavori pubblici. Fino ad oggi questa strategia non ha funzionato.
A Wall Street questo cocktail di dottrine economiche non piace e molti sono convinti gli stimoli di Obama non funzioneranno. Una domanda che molti si pongono e’ come fara’ lo stato ad assorbire la disoccupazione intellettuale, quella ad esempio del settore finanziario e di tutti gli altri settori connessi dalle telecomunicazioni ai consulenti, i cosidetti professionisti? Anche se fossero disposti a riparare i ponti e le autostrade americane non saprebbero proprio da dove cominciare. E questa e’ la fondamentale differenza con il 1929, l’altissima percentuale di professionisti nella forza lavoro occidentale.
Ma dubito che l’amministrazione americana ci abbia fatto caso, nessuno di loro ha mai letto gli scritti di Carlo Marx.
Loretta Napoleoni
[tratto da Il Caffè]
Cosa lega la crisi economica che si e’ abbattuta sul villaggio globale e le manifestazioni xenofobiche degli ultimi giorni?
Un filo diretto e invisibile accomuna il gesto incomprensibile di tre ragazzi che per provare una forte emozione danno fuoco ad un barbone nella stazione di Nettuno e gli scioperi selvaggi che imperversano in Inghilterra contro i lavoratori stranieri; e questo legame, paradossalmente, lo ritroviamo anche nelle stanze del potere della nuova amministrazione americana, che propone un programma di salvataggio economico condizionato all’acquisto di prodotti ‘esclusivamente’ americani.
Ben tornati nella tribu’!
Poiche’ questo e’ lo slogan con il quale si apre il recessivo 2009.
Di fronte ai primi veri problemi economici la globalizzazione si sgretola. Tendenze protezioniste minano il WTO, gli accordi faticosamente stipulati dall’organizzazione mondiale del commercio sembrano ormai carta straccia, anche i fondamenti dell’Unione Europea sono messi a durissima prova dagli scioperi in Gran Bretagna. A Davos, tempio sacro della globalizzazione, Russia e Cina apertamente accusano l’America di non saper ‘guidare il mondo’ ed a Washington le fronde protezioniste fanno stragi di liberal al congresso.
Alla base di queste reazioni, che soltanto sei mesi fa’ sarebbero state reputate assurde, c’e’ la paura.
La paura della disoccupazione spinge un sindacato laburista a schierarsi con la destra nazionalista e antieuropea britannica e la paura che l’America precipiti nella seconda Grande depressione convince il primo presidente afro-americano a proporre riforme protezioniste. E infine la paura, non la noia o la droga, motiva i giovani italiani a commettere un crimine da Arancia Meccanica.
Il mondo globalizzato e’ un pianeta che spaventa, popolato da gente terrorizzata dal diverso e dalla diversita’. Ce ne stiamo accorgendo solo adesso che la recessione ci accomuna nella disgrazia, ma da vent’anni chi vive ai margini del villaggio globale - dove il processo di omogeneizzazione non ha portato pace e prosperita’ ma il proliferarsi delle guerre o il dilagare della poverta’ - convive con questa paura. Molti, specialmente i giovani, si sono protetti ricreando la struttura tribalista dei branchi.
Dalle Maras centro americane alle gangs britanniche, dalle bande di adolescenti Nigeriane fino alle cellule jihadiste, il branco e’ la risposta ai timori ed alla minaccia della globalizzazione. E la matrice comune del nuovo tribalismo e’, naturalmente, la violenza. Le bande oggi come ieri combattono la paura con la violenza, e la violenza è ormai diventata uno stile di vita. In un documentario britannico, Gang Wars (guerre tra bande), il leader di una banda londinese, Taba, sostiene che la violenza «durerà per sempre, perché è la gente a essere violenta».
La violenza simboleggia anche l’onore e l’orgoglio, l’identita’ del singolo e il metro per decidere l’appartenenza o il rifiuto di entrare in una banda. Per essere ammessi nelle moderne tribù è necessario superare un duro rito di passaggio. Gli aspiranti mareros si sottopongono a una complessa e dolorosa prova, che ricorda quelle imposte dalle sette sataniche medievali. Devono uccidere un membro di una banda rivale o assistere a un’esecuzione.
“La prima volta che ho visto una decapitazione avevo dieci anni. Per un mese intero sognai il morto che veniva verso di me con la testa tra le mani. Poi, con il tempo, ci si abitua agli omicidi e quando capita che un tuo amico uccida uno di un’altra banda sei contento, anzi lo tormenti pure mentre sta morendo. Ti diverti.” Racconta Necio un ventenne membro di Mara Salvatrucia, una banda di El Salvador. La violenza e’ dunque anche sinonimo di divertimento, ed il comportamento dei tre delinquenti italiani ne e’ la riprova.
La pura del diverso serpeggia da anni anche nel villaggio globale, la ritroviamo nel lessico della guerra contro il terrorismo. La politica della paura del presidente Bush ce lo ripropone, anzi lo catapulta nell’arena politica internazionale. Pensate al suo famoso discorso all’indomani dell’11 settembre. Bush divide il mondo in due gruppi: «chi è con noi e chi è contro di noi». Una frase che secondo il Guardian e’ "la più cruda espressione della politica tribale mai concepita". Come possiamo definire LORO e NOI se, ad esempio, gli attentatori suicidi di Londra erano cittadini britannici? La nazionalità, il vecchio nazionalismo quindi, non è più l’unica causa determinante né una categoria valida. Il tribalismo sembra adattarsi meglio al nuovo scenario.
Anche senza volerlo noi finiamo per assimilare il lessico tribale e quando ci sentiamo minacciati, a reagire sono i nostri istinti tribali Cosi chi sciopera in Scozia contro i lavoratori italiani e portoghesi dichiara apertamente che sciopererebbe anche se questi fossero inglesi o gallesi, lo sciopero mira infatti a proteggere la forza lavoro locale. E la solidarieta’ manifestata da altri lavoratori nel territorio di sua maesta’ ha gli stessi obbiettivi: proteggere il proprio orticello. Il pericolo e’ quindi che anche il tessuto nazionale delle organizzazioni sindacali, gia’ seriamente indebolito dal governo Thatcher, si sgretoli completamente.
Sono scenari questi agghiaccianti, che ci devono far riflettere sull’involuzione in atto in un pianeta in preda alla recessione. Poco meno di un secolo fa’, il crollo di Wall Street fece precipitare il mondo nella Grande depressione, preludio della follia nazista che sfocio’ nella seconda guerra mondiale. Anche allora a guidare l’ascesa del nazismo sulle ceneri della repubblica di Weimar fu la paura del diverso, uomini donne e bambini con in petto una stella di Davide gialla. Anche a casa nostra c’erano i diversi, appartenevano al movimento operaio perseguitato dalle camicie nere. La simbologia cambia ma la sostanza resta: la paura e’ un grandissimo strumento di manipolazione collettiva, e quindi e’ solo questo che dobbiamo temere perche’ domani i diversi potremmo essere proprio noi.
Loretta Napoleoni
[tratto da L'Unità]
Foto: Una scena di Arancia Meccanica, di Stanley Kubrick, 1971
A giorni la festivita’ piu’ attesa dell’era della globalizzazione: il World Economic Forum di Davos. Una passerella da non perdere per chiunque sia qualcuno nel villaggio globale, dai cantanti rock come Bono ai divi di Hollywood, dagli inventori dei motori di ricerca ai banchieri di grido. Durante la guerra fredda, invece, il Forum era tutta un’altra cosa.
La prima volta che ho partecipato al Davos era nel 1981. Ci sono andata in macchina con il mio capo, il direttore della Banca Nazionale d’Ungheria. Siamo partiti da Budapest sotto una tormenta di neve con una Lada blu notte, di quelle autovetture che i russi davano solo ai quadri del partito; abbiamo attraversato il confine con l’Austria e le alpi discutendo ininterrottamente di economia e mercato. Naturalmente viaggiavamo in incognito, non facevamo parte di nessuna delegazione e i nostri nomi non apparivano nella lista dei partecipanti. Eravamo ospiti di alcuni banchieri tedeschi che avevano pagato viaggio e albergo, i nostri stipendi ‘comunisti’ non ci avrebbero mai permesso d’intraprendere quell’avventura. Eppure tutti sapevano chi eravamo. D'altronde i partecipanti erano pochissimi e nel giro di 24 ore li conoscevamo tutti.
Furono tre giorni di freddo gelido e nevicate storiche, ricordo che avevamo sempre le scarpe bagnate e il naso freddo, ma le condizioni climatiche non intaccavano la nostra eccitazione mentre per ore e ore discutevamo di modelli econometrici, formule ed equazioni per convertire il fiorino ungherese nelle monete europee. Mangiavamo roti almeno una volta al giorno e bevevamo birra su tovaglie a scacchi nei piccoli ristoranti di Davos, niente vino né complicati cocktail, spesso ci fermavamo a discutere fino all’alba quando finalmente andavamo a dormire digerendo formule ed equazioni. La nostra missione era di capire se il progetto al quale lavoravamo da almeno un anno era fattibile: se si poteva convertire la moneta di un paese comunista nel mercato monetario capitalista. Era un’impresa che nessuno aveva mai intrapreso, ma eravamo convinti che valeva la pena tentare. Tornammo a casa con una nuova carica di entusiasmo, pile di appunti, biglietti da visita e un calendario d’incontri ufficiali lunghissimo. A ripensarci quel viaggio fu una svolta importante per il processo di avvicinamento dell’economia comunista a quella capitalista, cemento’ rapporti e relazioni che nel 1989, quando il muro di Berlino venne giu’, giocarono un ruolo importante nella transizione dell’Ungheria verso un’economia di mercato.
La seconda volta che sono andata a Davos e’ stato nel 2005, questa volta pero’ facevo la sciatrice non l’economista e confesso che mi divertii moltissimo. Mentre gruppi di dimostranti a favore e contro la globalizzazione, con su tenute da montagna all’ultima moda, sorseggiavano fumanti cioccolate calde tra un insulto e l’altro e banchieri di mezza eta’ corteggiavano Sharon Stone dietro le vetrine di elegantissimi bar, io ero praticamente sola sulle piste. Dalla seggiovia non potevo fare a meno di pensare che il moderno Davos sembrava proprio la fiera delle vanita’ dei volti celebri della globalizzazione. Per essere invitati non bisogna lavorare nel settore dell’economia o dell’innovazione tecnologica ma essere famosi per qualsiasi motivo. Nel 2003 a Tony Negri, l’ex leader dell’Autonomia, il gruppo armato italiano che negli anni ’70 terrorizzo’ il paese, venne chiesto di scrivere un articolo sulla prestigiosa rivista di Davos contro la globalizzazione. Se qualcuno potesse convincere bin Laden a rilasciare una video conferenza sicuramente sceglierebbe di farla durante il forum di Davos.
A detta degli organizzatori lo spirito di questa manifestazione non e’ cambiato negli anni. Fondato nel 1971 da Klaus Schwab, un professore tedesco con un dottorato in ingegneria ed economia, il forum vuole essere un luogo d’incontro per il mondo degli affari. Nel 1981 lo scambio frenetico di formule tra i banchieri tedeschi e noi altro non era che un modo di prendere contatto per poi fare affari. E quei contatti si rivelarono utilissimi. Cio’ che e’ cambiato da allora e’ il mondo in cui viviamo. I VIP oggi arrivano in elicottero e si muovono nel villaggio alpino scortati da stuoli di guardie del corpo. La globalizzazione ha trasformato il luogo di incontro annuale di una manciata di nuove menti che discuteva del futuro dell’economia mondiale, confrontando e verificando idee rivoluzionarie, nel supermercato dei volti celebri. Cosi’ i no-global che durante la giornata manifestano con i piedi nella neve davanti a McDonald la sera si ritrovano ai cocktail sponsorizzati dai pro-global, e cioe’ le industrie farmaceutiche o le grandi catene alimentari. E a chi fa notare che si tratta di una contraddizione gli organizzatori del Forum rispondono che Davos vuole essere lo specchio del mondo.
Tra le iniziative che confermano quest’ambiziosissima visione c’e’ un concorso su YouTube, i partecipanti sono invitati a mandare un video con le risposte a quattro domande chiave: stato dell’economia, ripresa economica, previsioni sul governo Obama, etica negli affari. I migliori video saranno proiettati durante gli incontri di Davos e il vincitore verra’ invitato a partecipare al Forum.
Nel 1981 non esisteva il web ma il mondo sapeva bene in che direzione muoversi anche se l’economia mondiale era ancora febbricitante a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio creata dalla rivoluzione iraniana e l’inflazione galoppante non accennava a scemare. Il Forum e l’occidente erano proiettati verso il futuro, la guerra fredda era agli sgoccioli e finanza ed economia avevano gia’ iniziato a picconare il muro di cinta che separava est ed ovest. Negli ultimi dieci anni il mondo non ha fatto che celebrare se stesso perche’ non sa bene dove andare, la globalizzazione e’ stata incapace di guardare al futuro, si e’ rivelata un punto d’arrivo non di partenza. E Davos e’ degenerato nella fiera delle vanita’. Naturalmente nessuno se ne e’ accorto perche’ tutti siamo stati vittime della stessa ebbrezza. Fortunatamente il mondo sta cambiando, anche se a rivoluzionarlo e’ una crisi economica epocale, che forse nulla avra’ da invidiare alla Grande Depressione.
Se davvero il World Economic Forum e’ soltanto un’istantanea del villaggio globale allora quest’anno Davos non diventera’ l’ultima versione del Grande Fratello dove i super ricchi della globalizzazione interagiscono tra di loro nelle sale illuminate degli hotel a cinque stelle, sotto gli occhi spalancati del mondo. George Soros e Jane Fonda non discuteranno della politica estera di Barak Obama, i ragazzi di Google non scambieranno idee con Angiolina Jolie sul futuro dell’azienda. In quest’anno di profonda recessione e caos economico che nessuno 12 mesi fa’, durante le conferenze, gli incontri, le feste ed i cocktail del Forum, aveva previsto, Davos offrira’ al mondo un’accozzaglia di idee spesso incoerenti tra di loro, perche’ nessuno, ne’ i governi, ne’ i mercati, ne’ gli economisti, ne’ i politici sanno davvero cosa fare. Negli ultimi anni sono stati troppo presi a socializzare con il mondo dei ricchi e dei famosi per prestare attenzione al futuro dell’economia. Ma l’anno prossimo e quello ancora venturo a Davos torneranno le menti del futuro, i sopravvissuti alla crisi del credito, attori, cantanti, cuochi e parrucchieri alla moda resteranno a casa a fare preparativi per un’altra fiera delle vanita: la notte degli oscar.
Loretta Napoleoni
[tratto da Il Caffé]
Da 18 mesi gli israeliani preparavano l'offensiva di terra lanciata contro Gaza due settimane fa’. Lo ha rivelato il generale Avi Benayahou, "I nostri soldati conoscono ogni vicolo in cui si trovano i loro obiettivi. Per un anno e mezzo si sono addestrati in un modello su scala ridotto di Gaza costruito nella base di Tsehilim," nel deserto del Negev, nella fascia meridionale di Israele.
Dopo il fiasco diplomatico dell’invasione del Libano nel 2006, Tel Aviv ha lanciato una campagna di pubbliche relazioni per preparare l’opinione pubblica mondiale all’invasione di Gaza. Ai governi e ai media l’attacco viene presentato come l’unico modo per distruggere un covo di terroristi con legami internazionali, una spina nel fianco non solo d’Israele ma del mondo intero. Le guerre ormai si combattono anche e soprattutto a colpi di propaganda.
Quanto sappiamo di ciò che veramente succede in questa parte del mondo?
Perché alcuni paesi arabi si sono apertamente schierati contro Hamas? E’ la prima volta dalla creazione di Israele che si verifica una spaccatura del genere sul fronte arabo.
Il motivo è chiaro, Hamas, democraticamente eletto a governare i territori occupati, fa paura a molti regimi arabi. Cosa succede dentro Gaza? E’ vero o falso che lanciamissili e terroristi si nascondono tra la popolazione civile? Questa la giustificazione che Israele dà al mondo dopo aver bombardato una scuola dove sventolava la bandiera delle Nazioni Unite ed ucciso 30 persone. I giornalisti stranieri non possono avvicinarsi al conflitto né entrare a Gaza, le notizie come durante la guerra in Iraq sono tutte filtrate dalla macchina militare israeliana.
Anche le motivazioni di questa guerra sono vaghe e forse false. Ci viene detto che Hamas ha rotto la tregua a novembre, offrendo su un piatto d’argento a Israele il casus belli dell’attacco. Ma quanti di noi sanno che ciò è avvenuto perché il giorno delle elezioni americane le truppe israeliane sono entrate a Gaza ed hanno ucciso 6 militanti di Hamas? I media non se ne sono neppure accorti tanto erano concentrati sull’ascesa di Barak Obama alla Casa Bianca.
Dietro la tragedia di Gaza c’é un mondo che sfugge a noi cittadini del villaggio globale. Il silenzio del nuovo presidente, il veto degli americani al Consiglio di Sicurezza per un immediato cessate il fuoco sembrano avvallare una tesi agghiacciante che circola nei corridoi del potere: Israele vuole distruggere Hamas prima che Obama si insedi alla Casa Bianca per evitare di pronunciarsi pubblicamente sull’aggressione e dargli l’opportunità di negoziare un nuovo ordine politico nella regione. E’ questo un accordo stipulato durante la sua visita a Gerusalemme. Se questo é il cambiamento promesso durante la campagna elettorale allora i palestinesi potrebbero, paradossalmente, rimpiangere l’amministrazione Bush.
Loretta Napoleoni
[tratto da Il Caffé]
Di seguito alcuni stralci di un più lungo e articolato pezzo uscito su l'Unità.
L'annus horribilis di Wall Street, il 2008, si chiude con l'ennesimo record negativo, Bernard Madoff (vedi foto), ex presidente del Nasdaq e proprietario di una grossa casa di brokeraggio a New York, rivela di aver orchestrato una frode di 50 miliardi di dollari. Da anni la sua societa', dove banche illustri e personaggi famosi investono i propri capitali, e' in perdita, ma nessuno se n'e' accorto, anzi tutti pensano il contrario, che Madoff sia un moderno re Mida, che tutto cio' che tocca diventi oro. Sono i figli del finanziere, stanchi di coprire le truffe del padre, a denunciarlo alle autorita'. Cosi il mondo scopre che uno dei pilastri di Wall Street e' un delinquente finanziario, un finanziere canaglia globalizzato, con tentacoli in tutti i paesi.
Lo scandalo che a dicembre scuote tutte le piazze affari e' un po' lo specchio del cataclisma che nel 2008 si abbatte sulla finanza globale; mette in risalto alcune anomalie del capitalismo finanziario: un sistema che truffa o sfrutta se stesso e dove la crescita economica e' illusoria, perche' legata a bolle finanziarie costruite sull'ingenuita' di chi le gonfia. Da anni la societa' di Madoff utilizza i capitali dei nuovi clienti per pagare le commissioni alla clientela. Miliardi e miliardi di dollari scompaiono in questo modo. Paradossalmente, le commissioni spingono i clienti a raccomandare Madoff ad amici e parenti.
[...] Come e' potuta avvenire la metamorfosi del capitalismo canaglia? La risposta piu' ovvia, ma anche piu' semplicista, che leggiamo sui giornali e' che il sistema di controllo finanziario non funziona. [...] Nessuno si e' accorto della frode, ne' gli operatori di mercato ne' i contabili o i revisori. Possibile che nessuno si sia preso la bega di verificare l'origine di tutti quei guadagni? [...] Qualcuno avanza l'ipotesi di collusione, e le autorita' decidono di investigare anche su questo.
E se la risposta fosse un'altra? Completamente diversa? Alla base dello scandalo di Madoff e della crisi del credito non c'e' un sistema di controllo inefficiente, ne' la collusione criminale, ma qualcosa di peggio: l'illusione che la finanza globalizzata, proprio perche' ha distrutto tutti i rivali, sia un meccanismo perfetto. E' questa certezza che porta gli operatori di mercato, i nuovi ricchi e i moderni capitalisti a comportarsi come sempliciotti affidando le proprie fortune a truffatori come Madoff o acquistando mortage backed securities, azioni create dai mutui immobiliari subprime, legate a prestiti che tutti sanno non saranno mai ripagati. Il capitalismo finanziario e' dunque vittima di se stesso, della matrix del mercato, il sistema di illusioni economiche e finanziarie che dalla caduta del muro di Berlino imprigiona gli abitanti del villaggio globale.
[...] L'illusione finanziaria si incrina nel 2007, quando gli americani non riescono a ripagare i mutui, ma e' solo nel 2008 che la bancarotta dilaga. [...] Il mercato delle commercial papers, cioè le cambiali senza garanzia emesse dalle grandi società contro entrate future e usate per operazioni a breve dalla grande industria, si paralizza. Nessuna banca è disposta ad anticipare il loro valore e chi lo fa chiede tassi proibitivi. Nel giro di un mese le banche statunitensi ritirano da questo mercato più di 200 miliardi di dollari e le assicurazioni contro l'insolvenza di chi le emette passano da 87 miliardi di dollari a metà agosto a 143 miliardi un mese dopo. La liquidità del settore produttivo americano scompare e l'industria ne risente. L'indice della produzione industriale a settembre è scende del 43 per cento, ad ottobre si contrae ulteriormente ed a novembre piu' di mezzo milione di americani perde il lavoro: cifre così non si vedevano dagli anni trenta.
[...] Chi ha soldi li deposita nei forzieri delle banche centrali, dove percepisce meno dell’1% d’interesse o compra titoli di stato. Il motivo e’ semplice: il mercato non si fida piu’ di se stesso. E la Riserva Federale ed il Tesoro sanno bene cosa vuol dire questo voto di sfiducia, e’ per questo che chiedono 700 miliardi di dollari, di cui 400 miliardi servono a rivitalizzare il mercato interbancario. Il congresso americano, che poche settimane prima ha approvato senza battere ciglio il budget del Pentagono per i prossimi 12 mesi pari a 700 miliardi di dollari, rifiuta di farlo. Il motivo? Il debito pubblico accumulato dall'amministrazione Bush pari al 40% del PIL americano. Solo dopo dieci giorni di crolli ininterrotti sulle borse mondiali il piano di salvataggio viene approvato ed il debito pubblico sale al 70% del PIL. Ma e' ormai tardi per evitare il peggio. L'economia mondiale e' in recessione.
[...] La finanza che ci ha portato alla crisi del credito non puo' neppure essere definita capitalismo, Marx ce lo farebbe notare; piuttosto e' un misto di giocatori di Monopoli e truffatori. Il vero capitalismo, quello vero, il capitalismo della rivoluzione industriale e dei primi del '900 era un avversario degno di rispetto, che sfruttava ma non rubava, ne' truffava. Era anche un rivale intelligente e scaltro. Ed e' questa la differenza fondamentale con il passato: i nuovi ricchi o sono ladri o sono sempliciotti.
Loretta Napoleoni
Posto un'intervista in video che mi è stata fatta da Terre di mezzo-street magazine.
Cosa manca all'informazione italiana? Mi è stato chiesto. Credo che manchi soprattutto una prospettiva più internazionale. Si è parlato, per esempio, dei recenti attentati di Mumbai come qualcosa di nuovo e inaspettato. Ma al contrario la vicenda va letta in un quadro complesso di vicende che riguardano almeno l'ultimo anno. Lo stesso si può dire per la crisi economica che è arrivata prendendo tutti alla sprovvista. Eppure c'erano da tempo dei segnali che avrebbero dovuto essere letti ed evidenziati. Insomma, è necessario allargare i nostri orizzonti di analisi e smetterla di badare soltanto all'interno di casa nostra per cercare di vederci in una prospettiva globale e mondiale.
Auguro buone feste a tutti! A presto.
Loretta
Economia, politica estera e terrorismo. Fattori che si intrecciano tra loro spostando carri armati, uomini, soldi e rimpallando crac da una borsa all'altra. Con uno sguardo agli effetti che può avere l'elezione di Barack Obama. All'intreccio è sensibile Loretta Napoleoni, economista esperta di terrorismo isalmico, nelle librerie con Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale e I numeri del terrore, scritto con Roland J. Bee, entrambi editi dal saggiatore.
Cosa ci dobbiamo aspettare da Obama e dal suo segretario di Stato, Hilary Clinton?
Poco. Per molti è il salvatore degli Usa e del mondo. Ma il problema sta nella classe dirigente che l'ha preceduto. Uno su tutti Bush jr. Ma pure la Clinton, Biden, Rubin, Summers, Greenspan che provengono dalla deregulation degli anni '90, un sistema che ha già dimostrato di non funzionare.
Poca speranza dunque...
Non ci sono più soldi, Né per il ritorno al multilateralismo, né per Iraq e Afganistan. Né pewr combattere il terrorismo. Nei prossimi mesi, Obama chiederà aiuto all'Europa. Che non potrà nulla: nel 2009 la crisi sarà più palpabile. E perché il Congresso americano dovrebbe approvare un piano per salvare l'Afganistan, con un debito pubblico di 10 mila miliardi di dollari e la classe media al collasso?
Gli spettri del '29 e dell'isolazionsimo sono dunque sempre lì?
Il crollo delle Borse odierno è il frutto di una bolla. Proprio come un'ottantina di anni fa, seppure provocato allora dall'economia reale. Il New Deal di Rooswelt funzionò. Ma con l'isolazionismo.
M.S.
[Tratto dal Corriere Magazine del'11 dicembre 2008]
Una riflessione dopo gli attentati terroristici di Mumbai
Perché non ci si interroga sulle cause del terrorismo? Dopo i recenti attacchi a Mumbai che hanno provocato 183 vittime e centinaia di feriti, l'India ha accusato il Pakistan di essere coinvolta negli attentati, il Pakistan nega e propone di collaborare nell'inchiesta, ma nessun governo o altra entità internazionale, come in passato, si chiede perché sia successo e quali potrebbero essere le reali motivazioni. Abbiamo chiesto un'analisi all'economista Loretta Napoleoni, esperta di finanza e di terrorismo internazionale (ha pubblicato numerosi libri in materia) e collaboratrice di varie riviste italiane ed europee.
Quali sono, a suo avviso, i reali mandanti e obiettivi degli attentati?
"Io sono convinta che il governo pakistano non c'entri in questa storia. Perché sarebbe una grossa contraddizione. Primo perché negli ultimi mesi c'è stata una grossa politica di riavvicinamento con l'India. Secondo perché il Pakistan è in bancarotta e ha bisogno di tutti gli aiuti possibili e inimmaginabili. E tra le possibilità di aiuti economici c'è anche quella che l'India gli faccia dei prestiti. Poi c'è la tesi che sia stato Al Qaeda, cioè che ci sia un elemento di ispirazione jihadista. Questo secondo me è molto plausibile. Credo che l'elemento jihadista sia legato ad un ritorno dell'insurrezione armata in India. Quindi non è un fenomeno isolato ed hanno alzato un po' il tiro, perché sicuramente questo è il primo attacco fatto contro un obiettivo internazionale. È come una escalation dell'attività legata al ritorno della lotta armata in India nell'ultimo anno".
Per questo hanno colpito anche il centro degli ebrei ortodossi a Mumbai?
"Certo. Non dimentichiamo che dopo l'11 settembre ci fu l'attacco a Casablanca contro gli ebrei. In quella zona c'è una grossa presenza ebrea, perché l'India li ha ospitati nei secoli. È la concomitanza che mi fa riflettere: a Mumbai c'era la possibilità di colpire gli ebrei e lo hanno fatto. Però è stato uno degli obiettivi. Non era un attentato anti-Israele e basta".
Perché nessuno rivendica chiaramente gli attacchi?
"È una costante del jihadismo di questo tipo. Sono tutti gruppi separati tra di loro. Non è come le Brigate Rosse, l'Eta, l'Ira che avevano una strategia precisa e organizzata. Qui è l'attentato spettacolare a parlare da solo. Per loro diventa irrilevante far sapere chi l'ha fatto. Vogliono più dare un messaggio del tipo: «Siamo tutti parte di questo grande movimento antimperialista che vuole abbattere l'America e l'Occidente perché sostenitori di regimi anti-jihadisti». Ecco perché l'attacco all'India".
I governi si interrogano a sufficienza sulle cause del terrorismo?
"Assolutamente no. Ai governi non interessa più di tanto. Ma la guerra di Bush contro il terrore ha fatto aumentare l'attività eversiva in Oriente. Tutti dovrebbero fare un ragionamento sulle cause. I governi prima di tutto, da Washington a Delhi. Quando c'è un attacco terrorista non è possibile non interrogarsi sul perché. Questo non vuol dire giustificare l'attacco ma cercare di capirne le cause. Altrimenti il problema non si risolve. Ma oggi nessuno si interroga più sui motivi. Si dice che i terroristi sono tutti degli psicopatici... Ma se il fenomeno continua non può essere solamente un'epidemia di psicopatici!".
Ora Bush ammette di aver sbagliato in Iraq, che le armi di Saddam non esistevano... Eppure la lotta al terrorismo è il grande imperativo globale.
"L'errore fondamentale è di non razionalizzare il pericolo. Da una parte abbiamo una crisi economica serissima e tutti dicono che invece non è così importante. Dall'altra abbiamo il terrorismo, che dovrebbe essere un po' smorzato, invece viene ingigantito. Sono due politiche assolutamente contraddittorie. Il vero pericolo per noi, non per gli indiani, al momento è l'economia. È tremendo quello che è successo a Mumbai, ma non è successo a Milano. Invece la risposta, in questi casi, è che la gente improvvisamente ha paura come se fosse successo dietro l'angolo. Ma parliamoci chiaro: anche se domani ci fosse un attacco a casa nostra, e speriamo assolutamente di no, è anche vero che per otto anni non ce n'è stato nemmeno uno. Ai tempi delle Brigate Rosse, invece, eravamo attaccati quotidianamente".
È cambiato il terrorismo dall'11 settembre ad oggi?
"Non c'è nulla, rispetto alla dinamica di allora, che è come il terrorismo dell'11/9. E questo ci deve far riflettere su quale sia la vera minaccia. Tutti gli attacchi degli ultimi tempi non sono attacchi transnazionali, ossia con un Paese che lancia un attacco ad un altro Paese, magari con i finanziamenti di un terzo Paese. L'11/9 è un classico attacco transnazionale. Invece l'attacco di Mumbai è simile a quelli di Londra e Madrid. Sono stati fatti da gruppi nati e cresciuti in quelle nazioni. Sono attacchi molto più seri perché dimostrano che se questa ideologia prima non esisteva adesso esiste. Prima dell'11 settembre Osama Bin Laden non lo conosceva nessuno. Aver ingigantito la minaccia ha creato questo mostro e l'ideologia. Su questo dobbiamo riflettere".
Cosa potrebbe placare la rabbia dei terroristi?
"Per placarla ci vorrebbe un nuovo approccio. Bisogna chiedersi perché lo fanno. La guerra chiaramente non funziona. Hanno fatto la guerra in Iraq ed ecco le conseguenze: invece di diminuire, l'attività eversiva è aumentata. Ci vuole una riflessione sul perché tutto ciò avviene. Non so come farà ora Obama perché i soldi non ce l'ha. Ma invece di spendere soldi per la guerra potrebbe aiutare a creare nel mondo delle condizioni sociali più giuste per cui la gente non ha più bisogno di diventare terrorista e di distruggere".
Un mondo senza troppi divari tra ricchi e poveri, fondato su una economia e regole internazionali più giuste, convincerebbe anche gli elementi più ideologizzati?
"Ma certo. Il terrorismo non si risolve mai con la guerra. Tutte le volte in cui è stato debellato è avvenuto o perché si è negoziata la pace oppure perché sono scomparse le condizioni che creavano il terrorismo. La guerra, l'opposizione, genera solamente altra violenza. Sicuramente questi ragazzi sono radicalizzati, ma se noi rimuoviamo le ragioni della radicalizzazione non c'è più ragione di incitarli alla violenza. È quello che è successo nell'Irlanda del nord, dove si sono uccisi per più di un secolo finché non è stata negoziata la pace".
Intervista tratta da: AGENSIR di Mercoledi 03 Dicembre 2008
Posto qui di seguito un'intervista che mi ha fatto Federico Bastiani pubblicata su Letture, dicembre 2008.
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Un saluto.
Loretta
Gli americani mangiano il tacchino nel giorno del ringraziamento incollati alla tv che manda in onda le agghiaccianti immagini degli attentati a Mumabi. Le similitudini con l'11 settembre sono poche. Si tratta di attacchi simultanei ben coordinati, ma nulla di più.
Il misterioso gruppo che si fa chiamare Mujahedeen Deccan è profondamente diverso dai martiri di al Quaeda. Si tratta di un commando di giovanissimi che non hanno intenzione di fare i kamikaze ma che praticano lo sconto armato. La dinamica dell'attacco ricorda l'attentato a Monaco durante i giochi olimpici degli anni '70. E la presenza di ostaggi è un'arma di propaganda differente dalla strategia della distruzione. Ci troviamo davanti a una fusione tra terrorismo vecchio e nuovo. Una miscela esplosiva. Il cambio di tattica, dal martirio alla guerriglia, ha preso tutti alla sprovvista, inclusa la sicurezza indiana. L'errore dell'anti-terrorismo è presupporre che ci sia un'unica modalità di attacco derivata da una sorta di manuale delle tattiche terroristiche. Invece si tratta di una guerra asimmetrica. Un commando di alcune decine di ragazzi tiene in scacco una città di 20 milioni di abitanti e di 40.000 unità di polizia. Una megalopoli paralizzata per aver preso di mira due alberghi a cinque stelle, un ristorante alla moda, una stazione e un ospedale. Tutti simboli dell'India moderna che emerge economicamente ed entra nel club dei potenti, il G20.
Eppure, davanti allo sbigottimento e alla sorpresa, l'attività terroristica in India negli ultimi 12 mesi è aumentata esponenzialmente e il paese è dilaniato da nuovi gruppi alcuni di matrice Hindu. Il più agguerrito un anno fa ha colpito con una serie di esplosioni l'Uttar Pradesh e rivendicato le esplosioni di Jaipur, a maggio. Il motivo: l'appoggio indiano a Washington. A luglio il gruppo riemerge con un attacco contro la città di Ahmedabad, in cui muoiono 45 persone, e a settembre colpisce Nuova Delhi lasciando 20 cadaveri sul selciato. Un mese fa un gruppo che si fa chiamare "Forze di sicurezza isalmiche" uccide 80 persone nella città di Assam. La lista non si esaurisce qui, ma il mondo se n'è accorto solo ora perché tra le vittime e gli ostaggi ci sono gli occidentali. Fino a aqunado a morire erano gli indiani la notizia non aveva grande spazio sui nostri giornali.
Separare l'occidente dall'oriente è sbagliato. Se l'occidente avesse prestato attenzione a quel che succedeva nel subcontinente indiano forse la sicurezza degli alberghi di Mumbai sarebbe stata migliore. Che senso ha togliersi le scarpe all'aeroporto di Fiumicino per volare a Mumbai se poi chiunque, in loco, può penetrare in uno degli alberghi più costosi del mondo senza controlli e fare una strage?
Pensare che la violenza indiana e pachistana possa essere contenuta all'interno dei confini nazionali è riduttivo e pericoloso. Esiste un legame tra la partecipazione dell'India al G20 di 20 giorni fa e l'attacco a Mumbai, anche se ancora nessuno ha collegato i due eventi. I ragazzi del commando di Mumabai selezionano gli ostaggi inglesi e americani. Non gli interessano le altre nazionalità, salvo qualche sfortunato nostro connazionale che è finito in mezzo. Il messaggio è al mondo, non all'INdia. Si vuole punire la classe politica per essere entrata nel club dei potenti. L'attacco parte poche ore prima delle celebrazioni del giorno del Ringraziamento negli USA. L'impatto mediatico è massimo e, nei giorni di festa in cui le agenzie di stampa sono ridotte all'osso per le feste, l'analisi di quel che succede è minima.
La scelta di Mumbai è legata proprio al fatto di essere il simbolo dell'India del G20. Lì c'è la sede di Bollywood, la celeberrima industria del cinema indiano. Una megalopoli che ospita 6.500 industrie, quattro piazze affari.
La tragedia di questa città, cuore del movimento indipendentista e città storica, ha messo a nudo l'ennesimo fallimento delle promesse di Bush: rendere il nostro mondo più sicuro.
Loretta Napoleoni
Questo è un absract di un articolo uscito oggi su L'Unità, a cui vi rimando per maggiori dettagli. E questa sera, alle 20,30 ne parlerò a Otto e mezzo, su La 7: Al Qaida dietro le stragi di Mumbai? A discuterne in studio, da Lilli Gruber e Federico Guiglia a "Otto e mezzo" ci saranno Ahmed Rashid, uno dei massimi esperti di terrorismo islamico, il senatore Mauro Del Vecchio, generale ed ex comandante della missione militare italiana in Afghanistan e l'economista Loretta Napoleoni. All'interno, la rubrica "Il punto", affidata a Paolo Pagliaro, autore del programma assieme a Gruber.
Il pericolo vero è la diffusione della paura di Al Qaeda come multinazionale globale del terrore.
Trapelati l'11 luglio, gli estratti della bozza del National intelligence estimate (Nie), un documento che la Cia compila periodicamente insieme alle altre agenzie di sicurezza statunitensi, hanno fatto il giro del mondo. Suscitando una nuova ondata di paura nei confronti di Al Qaeda. La stampa nazionale e internazionale ha descritto scenari apocalittici, compresi i dettagliati pronostici di attacchi imminenti nei cieli occidentali sul modello dell'11 settembre, tutti organizzati da Osama bin Laden. Nessuno ha sottolineato che Washington e i suoi alleati, sei anni dopo l'11 settembre, non sono ancora riusciti a stanare Bin Laden dal suo nascondiglio in Pakistan.
Nessuno ha poi messo in dubbio la validità degli estratti, fatti pervenire alla stampa da anonimi funzionari dell'intelligence. Eppure, il National intelligence estimate non è un rapporto, cioè un documento basato su fatti concreti, ma una stima, una previsione. Quindi la sua bozza è la previsione di una previsione. [...] Il National intelligence estimate si è già sbagliato molte volte. Per esempio, nel 1962 disse che i sovietici non avrebbero installato dei missili a Cuba, nel 1974 liquidò l'ipotesi che nella prima metà del 1975 Hanoi avrebbe lanciato una grande offensiva. E nel 1989 giudicò improbabile un conflitto nel golfo Persico. Secondo la bozza fatta pervenire alla stampa, la guerra in Iraq è la calamita ideologica della nuova Al Qaeda. E su questo è difficile non essere d'accordo. Ironicamente, è stato proprio un rapporto errato a contribuire al fiasco iracheno. A metà settembre del 2002, infatti, la commissione del senato sull'intelligence ne chiese uno sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Il documento, preparato nel giro di poche settimane, diventò il famigerato rapporto dell'ottobre 2002 su cui l'amministrazione Bush costruì il casus belli per l'attacco preventivo all'Iraq. Un anno dopo, la stessa commissione dichiarava che "buona parte delle valutazioni decisive contenute nel rapporto erano esagerate o non suffragate da riscontri dell'intelligence".
In base alle informazioni trasmesse alla stampa, questa critica si potrebbe fare alla definizione che la bozza di documento fornisce per la nuova struttura di Al Qaeda. L'organizzazione viene descritta come una specie di Cosa nostra jihadista, con un padrino (Osama bin Laden) e un braccio destro (Ayman al Zawahiri) che hanno il controllo della rete globale, una piovra i cui tentacoli si estendono su tutto il pianeta.
Le sue filiali sono Hamas a Gaza, Fatah al Islam e Jund al Sham in Libano. In Europa i suoi ordini sono eseguiti da gruppi locali. È dall'Europa, dice la bozza, che Bin Laden vuole sferrare un nuovo attacco all'America. Ma sono realistiche queste ipotesi? Il segretario per la sicurezza nazionale, Michael Chertoff, in tv ha ammesso che a convincerlo che il paese quest'estate è più esposto al rischio di attentati è stata "una sensazione".
Una sensazione causata da vari fattori, tra cui la storia degli attentati estivi di Al Qaeda (esempi: l'11 settembre e il 7 luglio) e le esternazioni in rete di Al Zawahiri. Se questi sono i fatti concreti su cui si fonda il National intelligence estimate, non c'è da stupirsi che gli siano sfuggiti alcuni eventi cruciali della storia mondiale.
Quasi ogni giorno da un capo all'altro del pianeta si sfornano rapporti ben più dettagliati, basati su dati raccolti dall'intelligence di paesi come Spagna e Italia, da decenni in prima linea nella lotta al terrorismo. Questi documenti però non ricevono tanta pubblicità. È paradossale, se si pensa che Bush e Blair hanno ammesso che il fiasco iracheno è dipeso dai difetti dell'intelligence americana e britannica. I servizi di sicurezza europei descrivono quella di Al Qaeda come un'ideologia antimperialista emergente – l'alqaedismo – alimentata dalla guerra in Iraq e in via di diffusione nelle comunità musulmane. Alla radice della sua popolarità c'è il profondo senso di alienazione di una piccola percentuale di giovani, alimentato dal "timore della psicosi del musulmano".
Su questo sfondo, la leadership storica di Al Qaeda – ben lontana dal controllare tutte le attività jihadiste nel mondo – dopo ogni attentato dirama dichiarazioni di appoggio attraverso internet e le tv per dare l'impressione di controllare ogni avvenimento. Il clamore con cui la stampa ha accolto la bozza del Nie non fa che rafforzare quest'impressione e alimenta la psicosi globale.
L'alqaedismo è dunque fondamentalmente un prodotto della politica occidentale, cioè della guerra di Bush al terrorismo e dei suoi corollari, la guerra in Iraq e la politica della paura. Crescerà finché continueremo a farci spaventare dalla sua ombra. Terrorizzare è lo scopo principale del terrorismo. Il pericolo vero non è quello di un nuovo spettacolare attentato – che può esserci o no – ma il crescere della paura di Al Qaeda, la multinazionale globale del terrore. Un terrore molto radicato che potrebbe trasformare la politica della paura in una profezia che si autoavvera. Se ciò succederà, a pagarne le conseguenze saranno musulmani e non musulmani, in Europa e altrove.
Loretta Napoleoni
Tratto da Internazionale 702, 19 luglio 2007
Solo parole e niente fatti concreti, questo il messaggio emerso dall’incontro del G20 che si è tenuto ieri a Washington. L’economia del villaggio globale si sgretola sotto i nostri occhi, l’America di Bush chiede aiuto al mondo perchè il G7 non è più in grado di gestirne l’economia, ma siamo ancora molto lontani dalla formulazione di un nuovo modello. Niente Bretton Woods per ora. Incertezza, confusione e mancanza d’idee caratterizzano i piani di salvataggio dei magnifici sette della globalizzazione. La polemica verte su come ristrutturare il libero mercato, che ha prodotto la catastrofe finanziaria. Il Regno Unito snobba la proposta francese, reputata ‘eccessiva’ in materia di regolamentazione finanziaria, si teme insomma l’abbandono dei principi del libero mercato. Anche l’America di Bush, non vede di buon occhio il controllo dei mercati e teme il ritorno del protezionismo. Sullo sfondo la crisi incalza, un uragano che settimana dopo settimana guadagna forza: l’economia europea è ufficialmente in recessione, quella americana segue a ruota e si trova a dover fronteggiare il crollo della produzione industriale. Soltanto il salvataggio della General Motor farà gravitare il Tarp (il piano di salvataggio americano) di 200 miliardi di dollari. Non resta che chiedere aiuto a quei Paesi fino ad ora considerati i fanalini di coda dell’economia mondiale.
Il G20 nasce all’indomani della crisi dei mercati asiatici, alla fine degli anni ’90, vi fanno parte i paesi del G7 e 13 economie emergenti, i parenti poveri, “quelli che agli incontri del G7 erano ammessi solo nell’intervallo del caffè’”, precisa il ministro delle finanze brasiliano, Guido Mantega.
L’incontro di Washington ci fa capire che questa situazione non si ripeterà, nei prossimi anni saranno proprio le nazioni in via di sviluppo a sostenere l’economia mondiale. Queste, infatti, le previsioni del Fondo Monetario.
È quindi arrivato il momento di rimpiazzare il G7 con il G20.
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Si tratta di una mossa scaltra, per rassicurare i mercati, ormai in caduta libera. Mentre i magnifici sette si scontrano sulla dottrina economica e l’assenza di Barak Obama a Washington indebolisce l’America, i paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) si accordano per aumentare il commercio e i flussi di capitale tra di loro. Le economie emergenti sono molto più dinamiche e decise di quelle tradizionali e i mercati se ne sono accorti. La settimana scorsa la Cina vota un pacchetto di sostegno dell’economia di quasi 600 miliardi di dollari e tutte le piazze affari reagiscono positivamente.
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La crisi del credito, nata in occidente e in particolare negli Stati Uniti, è dunque l’occasione
tanto attesa per far ascoltare la voce delle economie emergenti. È tempo che queste partecipino alle decisioni chiave riguardo al funzionamento dell’economia mondiale anche perché ne subiscono le conseguenze. Il Brasile che ha rispettato le dure condizioni del Fondo Monetario ed ha risparmiato durante il periodo dell’abbondanza adesso soffre a causa dell’assenza di controlli, regole e dell’eccessivo indebitamento di Wall Street. In un sistema globalizzato le regole del gioco devono essere uguali per tutti.
Una cosa è certa, dopo una crisi della portata di quella attuale, è difficile pensare che la governance del G20 si riveli peggiore di quella dei ‘magnifici sette’.
Loretta Napoleoni
[Tratto da Il Caffè, 16 novembre 2008]

Se volete ascoltare la mia intervista, andata in onda su Radio RAI, la Rubrica settimanale di cultura a cura di Alessandro Forlani, lo potete fare
cliccando su questo link:
Un saluto
Loretta
Come nell'età del Jazz gli USA hanno registrato un impoverimento della classe media a favore di quella ricca
Le elezioni americane passeranno alla storia per molti motivi: candidato di colore, vicepresidente donna e clima economico molto simile a quello dei tempi del grande Gatsby. Ma le similitudini con l’Età del Jazz, come Scott Fitzgerald definì gli anni ’20, non si riferiscono al grande crollo del ’29 che li concluse, ma allo sconcertante impoverimento della classe media a favore di quella ricca, un fenomeno che durante gli otto anni di presidenza di Bush ha assunto dimensioni identiche a quelle degli anni Venti.
La distribuzione del reddito americano nel 2008 è la fotocopia di quella del 1928. In quell’anno, come nel
2007, l’1% della popolazione percepisce il 24% del reddito nazionale. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984, ad esempio, la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70, gli anni del boom economico, è scesa addirittura sotto il 10%. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi gli economisti parlano di ‘stagnazione’ del redditò, una parola che nessuno dei candidati in lizza per la Casa Bianca ha mai usato. Eppure è questo il male vero dell’America. Ed i sondaggi condotti nel 2006, dopo la vittoria dei democratici al Congresso, confermano che ben prima che l’uragano subprime si abbattesse sul Paese, le preoccupazioni profonde della popolazione non erano
relazionate alla guerra in Iraq ma all’impoverimento. Nel 2007, il 90% della popolazione ammetteva di essere terrorizzata dal futuro dell’economia ed era convinta che la politica economica di Bush fosse sbagliata, una piccola percentuale temeva anche per il futuro dei propri figli. È un’affermazione sconcertante e profondamente pessimista in un paese la cui Costituzione parla del diritto alla felicità.
Barak Obama menziona spesso la redistribuzione del reddito, ma usa questa espressione in modo vago, senza addentrarsi nei meccanismi che la renderanno possibile. John McCain mette in guardia la nazione sulle politiche fiscali di Obama che vuole sgravi fiscali per chi guadagna meno di 250.000 dollari, come se questo fosse il salario degli operai alla catena di montaggio della General Motors. Nel 2007 il reddito mediano, compreso tra il reddito dei ricchi e quello dei poveri, era sotto i 50.000 dollari l’anno, chi ne guadagna cinque volte tanto non è certamente un proletario.
Obama si guarda bene dall’usare i dati della stagnazione del reddito contro McCain quando questo difende apertamente i tagli fiscali di Bush responsabili per la perdita di potere d’acquisto dei redditi della classe media.
I democratici non vogliono usare le cifre della stagnazione del reddito perchè l’apertura della forbice tra i
ricchi e la classe media è iniziata negli anni ’90, sotto il grande Bill Clinton. Barak Obama invece non li usa
per pudore, teme che facendolo ci si accorga che questo grande paese, che martedì ha eletto il primo presidente nero, più che razzista è diventata una nazione ingiusta. Sono i dati della distribuzione del reddito a dircelo. Dal 2000 al 2006, l’economia americana è cresciuta del 18%, ma il reddito reale delle famiglie di lavoratori mediane si è contratto dell’1.1%; ciò vuol dire che guadagnano circa 2.000 dollari meno che nel 2000. Il reddito del 10% dei più ricchi è invece salito del 32%, quello dell’1% dei ricchissimi del 203% e lo 0.1%, i super-ricchi, ha riscontrato un guadagno del 425%.
Le campagne elettorali europee sono ben diverse, i candidati sparano cifre e si accusano gli uni contro gli altri utilizzando dati statistici. Forse gli europei sono più cinici o forse sono più abituati a essere eletti sulla base dei fatti e non in base all’ideologia. Change, cambiamento, e Yes We Can, sì lo possiamo fare, gli slogan di Obama, vaghi ma positivi. La lotta tra i due candidati americani non entra mai completamente nell’arena dell’economia perchè nessuno ne ha dimestichezza, ma anche perchè è un argomento difficile da imbrigliare nell’ideologia repubblicana o democratica.
Come può McCain giustificare all’elettorato della classe media americana i benefici della politica neo-liberista che il suo partito ha perseguito dai tempi del presidente Ronald Reagan, quando il crollo di Wall
Street ha dimostrato il contrario? E come può Obama promettere un’equa redistribuzione del reddito
per la stessa classe quando ciò comporterebbe tasse più elevate per chi ha finanziato la sua campagna elettorale?
A differenza degli europei i candidati americani dipendono dalle lobby che pagano costosissime campagne elettorali. Dietro la decisione di Obama di rinunciare ai finanziamenti statali, che avrebbero messo un limite ai soldi da spendere, c’è la certezza di avere dietro le spalle quasi tutta Wall Street ed una fetta di quell’1% di ricchissimi che durante gli anni di Bush ha intascato gran parte della ricchezza creata dalla nazione. A pochi giorni dalle elezioni Barak Obama ha speso 660 milioni di dollari, è la campagna
elettorale più costosa della storia americana.
È anche vero che l’economia, specialmente al tempo del grande Gatsby, non si impara in campagna elettorale nè sui banchi di scuola, ci vuole esperienza ed ingegno, due doti che nulla hanno a che vedere con il carisma richiesto per vincere le elezioni nel Paese più potente del mondo, doti che almeno fino ad ora nessuno dei candidati ha dato prova di possedere. C’è solo da sperare che prima di prendere possesso della Casa Bianca, alla fine di gennaio, il futuro presidente frequenti un corso intensivo
di economia per essere pronto alla grande battaglia del secolo.
Loretta Napoleoni
[tratto da IL CAFFE', 2 novembre 2008]
Il sogno di Martin Luther King si avvera e la lunga marcia di Malcom X raggiunge la Casa Bianca. Dietro Barak Obama c’e’ un movimento sociale tanto prorompente quanto quello degli anni ’60, una forza sociale motivata oggi, come mezzo secolo fa’, dall’ingiustizia sociale. Questa volta la discriminante non e’ il colore ma la distribuzione del reddito americano che e’ la fotocopia di quella del 1928, quando l’1% della popolazione percepiva il 24% del PIL. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984 la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70 e’ scesa addirittura sotto il 10%.
Dai tempi del Presidente Reagan le campagne elettorali ruotano intorno alle promesse di sgravi fiscali, un’ammissione implicita che lo stato non sa gestire il denaro pubblico. E’ un messaggio diretto a un elettorato benestante - creato durante gli anni dell’equa redistribuzione del reddito - che non esiste piu’. Le politiche neo-liberiste di Bush hanno impoverito la classe media. Dal 2000 al 2006, l’economia americana cresce del 18%, ma il reddito reale delle famiglie di lavoratori mediane si contrae dell’1,1%, costoro guadagnano circa 2.000 dollari meno che nel 2000. Il reddito del 10% della popolazione, invece, sale del 32%, quello, dell’1% dei ricchissimi del 203% e quello dello 0.1%, i cosidetti super-ricchi, del 425%.
La campagna elettorale di Obama punta sulla nuova America, quella impoverita. Intuisce l’esistenza di un movimento sociale e decide che le battaglie sociali non si combattono in piazza, come negli anni ’60, ma attraverso i sistemi di comunicazione alternativi: internet, wap, telefonini e naturalmente porta a porta. E’ questa la vera, grande rivoluzione del primo presidente americano di colore. I ventenni guru dei network sociali, tra cui l’inventore di Facebook, ne disegnano la web, che subito diventa il motore del finanziamento della campagna, a loro confronto Karl Rove, l’architetto della vittoria di Bush, e’ un dinosauro. Per i primi 12 mesi il messaggio politico viaggia sulle ali del marketing d’avanguardia, quello delle giovanissime generazioni cresciute nell’era delle telecomunicazioni, lontano dai quotidiani e dalle televisioni. Solo nello sprint finale si utilizzano i network televisivi.
L’America e’ lo specchio dell’occidente. L’ingiustizia sociale piaga anche l’Europa, il movimento sociale che ha creduto in Obama esiste anche a casa nostra. Qualcuno deve risvegliarlo. Poiche’ viviamo nel villaggio globale utilizziamo gli stessi canali usati da Obama. Ma bisogna mobilitarsi subito. Ci sono voluti cinquant’anni per realizzare il sogno di Martin Luther King, noi ne abbiamo a disposizione solo cinque per risvegliare l’Italia.
Loretta Napoleoni
Come il terrorismo si finanzia con petrolio e droga.
All'inizio di dicembre del 2006 Ayman al Zawahiri, luogotenente di Osama bin Laden, ha annunciato al mondo l'offensiva militare di primavera in Afghanistan. Pochi ci hanno fatto caso, perché tutti erano concentrati sull'Iraq ormai in preda alla guerra civile. Ma i due fronti sono legati, al punto che oggi è la situazione irachena a offrire una delle possibili chiavi di lettura della spettacolare ripresa dei taliban e dei loro soci jihadisti.
Nel 2005 Al Zawahiri chiese un aiuto finanziario ad Abu Musab al Zarqawi. In una lettera, il medico egiziano suggeriva all'allora superstar del qaedismo internazionale di non spendere i centomila – senza specificare di quale valuta – e di spedirglieli. La richiesta fu interpretata come un segno di debolezza economica da parte del nucleo storico di Al Qaeda. In clandestinità dal 2002 nella cerniera tribale islamica tra Pakistan e Afghanistan, Al Zawahiri e Bin Laden erano tagliati fuori dai flussi monetari del qaedismo. Al Zarqawi ignorò la richiesta e continuò a usare i soldi degli ex finanziatori di Al Qaeda per sostenere la lotta in Iraq.
Morto Al Zarqawi, nel giugno del 2006, la situazione è cambiata radicalmente. Al Qaeda in Iraq è guidata da Al Zawahiri che l'ha decentrata in tre sezioni: sud, nord e centro. L'organizzazione ha perso il monopolio delle azioni suicide, ormai diventate un'arma comune nella lotta tra etnie. Inoltre c'è stato un cambiamento fondamentale nell'universo dei gruppi ribelli. Le centinaia di organizzazioni, milizie e gruppi jihadisti che operano in Iraq hanno cominciato ad autofinanziarsi sfruttando l'economia di guerra del paese. Un rapporto segreto dell'intelligence statunitense del giugno 2006 ha individuato nel contrabbando di petrolio importato il settore più redditizio. L'Iraq importa tra i quattro e i cinque miliardi di dollari l'anno di greggio, ma il 30 per cento, secondo gli americani, viene rubato e rivenduto sul mercato nero. Poi c'è la fiorente industria dei sequestri. L'autofinanziamento produce incassi superiori al costo dell'insurrezione, quindi la galassia irachena ha a disposizione un surplus annuo stimato tra i 70 e i 200 milioni di dollari. Questi soldi, avverte il rapporto statunitense, vengono usati per finanziare il terrorismo fondamentalista fuori dall'Iraq.
Anche se è impossibile provare che il denaro iracheno sia servito per la campagna di primavera in Afghanistan, è difficile immaginare il contrario. Dalla morte di Al Zarqawi, il baricentro del qaedismo si è spostato verso oriente, tornando dov'era nato. Nuovi metodi finanziari sperimentati in Iraq, come i rapimenti di stranieri, sono stati introdotti in Afghanistan. Chi muove le fila è Al Zawahiri, lo stratega incontrastato della nuova Al Qaeda: è lui che maneggia il denaro e Osama bin Laden è diventato un'icona irraggiungibile. Averlo messo da parte, o meglio a tacere, ha facilitato il patto tra Al Zawahiri e i nuovi taliban. I soci, che da anni vivono in simbiosi tra le tribù islamiche pachistane, hanno adottato strategie simili a quelle del sanguinario Al Zarqawi. I taliban, per esempio, hanno riconosciuto l'importanza delle azioni suicide, teorizzate negli anni novanta da Al Zawahiri e sperimentate sul campo da Al Zarqawi. Tra le prime azioni della campagna di primavera c'è stato l'attacco suicida contro la base statunitense di Bagram, mentre Dick Cheney si trovava lì.
La gestione del denaro è ormai congiunta. Prima dell'11 settembre Al Qaeda era solo un ospite in Afghanistan e pagava un "affitto" annuo di decine di milioni di dollari. Oggi può contare sulle sovvenzioni dei capi tribù islamici, che in parte arrivano direttamente da Washington, transitando sui conti ufficiali pachistani. Nei forzieri della nuova alleanza finisce anche una percentuale del contrabbando della città di Quetta, a 80 chilometri da Kandahar, dove i taliban esiliati hanno stabilito il loro quartier generale. In termini militari e finanziari si dovrebbe ormai parlare di "qaedizzazione" dei talebani, un fenomeno legato all'esperienza irachena.
In una delle lettere inviate a Osama bin Laden nel 2004, Al Zarqawi parlava della necessità di unificare il fronte sunnita in Iraq sotto la bandiera jihadista, per evitare che dopo la vittoria i guerrieri arabi fossero tagliati fuori dal potere politico, come era successo in Afghanistan alla fine del jihad antisovietico. La chiave di lettura irachena, dunque, aiuta ad analizzare la campagna di primavera. Nuove e vecchie entrate finanziarie la sostengono: il denaro dei ribelli iracheni, gli aiuti dai paesi "amici" e l'immancabile sostegno dei vecchi alleati, come l'Isi, il servizio segreto pachistano. Inoltre non si devono dimenticare i tre miliardi di dollari ricavati dall'oppio, la cui produzione nel 2006 è salita del 35 per cento e costituisce il 92 per cento dell'offerta mondiale. L'oppio è l'oro nero afgano e svolge per i taliban e Al Qaeda lo stesso ruolo che il petrolio ha per la galassia insurrezionale irachena.
Se l'Iraq è la giusta chiave di lettura per l'Afghanistan, allora è chiaro che la carta vincente non può essere l'intervento militare ma un'iniziativa internazionale per fermare il denaro che alimenta la nuova alleanza afgana. Primo obiettivo: il Pakistan.
Loretta Napoleoni
(Tratto da Internazionale 684, 15 marzo 2007)
Inserisco la recensione de I numeri del terrore, uscita sabato scorso su
TUTTOLIBRI de La Stampa.
(Un clic sull'immagine per ingrandire e leggere).
A presto.
Loretta